Intervista a Stefano Venturi, Cisco Systems Italy


di Alessandro Rossi

Stefano Venturiè nato a Milano nel 1958, ha iniziato la propria carriera in Olivetti ed è poi passato in Hewlett-Packard.
Dal 1991 al 1994 è stato Amministratore Delegato della Wyse Technology Italia (leader mondiale Video Terminali).
Dal 1994 al 1996 è stato General Manager dell’area Sud-Europa (Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Turchia) della Sunsoft (spin off software gruppo Sun Microsystems).
Entrato in Cisco Systems Italy nel 1996 con la carica di Managing Director, nel Luglio 2000, è stato nominato Vice President di Cisco Systems EMEA.
Dal 2001 Stefano Venturi è membro del Consiglio di Amministrazione di Italtel.
Sotto la sua guida la filiale italiana è cresciuta da 12 a circa 700 persone (400 impegnati in R&S di base, 250 in R&S applicativa nell’ambito di progetti nazionali e i restanti nell’area commerciale, nell’amministrazione e nel supporto tecnico) con sedi a Milano, Monza, Roma, Torino e Padova. Nel nostro paese Cisco ha assunto un ruolo importante sia nel tessuto economico, attraverso importanti investimenti in acquisizioni e partecipazioni societarie ( 3,5 milioni di Euro negli ultimi tre anni) sia nel contesto formativo e culturale attraverso il progetto Networking Academy che ha lo scopo di ridurre la mancanza di personale qualificato (skill shortage) nel settore ICT (information & communication technology). Ad oggi sono state create circa 400 academy con 3000 studenti e con un investimento di 21 Milioni di Euro. La società è impegnata in modo consistente anche nella ricerca e sviluppo con l’apertura, a Monza, di un laboratorio di R&S sulla fotonica in cui operano circa 400 ricercatori.

Investire in ricerca e sviluppo per un’azienda equivale ad investire sul suo sviluppo futuro, ma la ricerca nel settore privato è ancora ben lontana dal raggiungere gli obiettivi stabiliti in sede europea. Sul tema R&D e impresa abbiamo sentito il parere di Stefano Venturi, amministratore delegato di Cisco Systems Italy, azienda fortemente impegnata nella ricerca e sviluppo che gestisce, tra l’altro, il Cisco Photonics Italy di Monza, una delle più importanti strutture a livello europeo in materia di fotonica.
Quanto del successo di un’azienda deriva dagli investimenti in ricerca e sviluppo?

Certo, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono importanti, ma ancora più di questi è fondamentale saper creare in azienda una cultura dell’innovazione. Bisogna, infatti, sempre tenere in considerazione che la ricerca e sviluppo in sé, finanziata e portata a termine solo come un esercizio di stile in un laboratorio di un’azienda che non innova nei processi e nella cultura aziendale, non sfocia in prodotti o in servizi, rimanendo per usare un’espressione cara agli americani, come il “rossetto sul bulldog”.

Importante è fare dell’azienda una culla dell’innovazione, fare un enforcement di innovazione in generale, perché la ricerca e sviluppo è figlia di una cultura innovativa. Di per sé potrebbe diventare addirittura pernicioso quando la cultura aziendale fa sì che la ricerca e sviluppo diventi una technology religion: “ho sviluppato questi brevetti, allora devo fare questi prodotti”, ma manca poi quell’humus di innovazione tale che si crei il prodotto giusto per quel determinato cliente. Importante, inoltre, è innovare non solo nella tecnologia, ma anche nei processi, nel modo in cui ci poniamo verso i clienti, nei messaggi che portiamo. Bisogna inoltre mettere in conto che il processo di innovazione continua può portare anche a dei relativi insuccessi.

Ci può spiegare quali sono i meccanismi attraverso i quali Cisco Italia innova?
Nel ‘94 siamo partiti con una nuova modalità di innovare: quella di interagire con tutto sistema legato al venture capital e alle start up, mantenere costantemente delle relazioni e quando alcune di queste aziende trovano tecnologie interessanti, know how importanti, le acquisiamo con tutto il loro bagaglio di conoscenze. La nostra metodologia di innovazione, quindi, non è solo avere dei labs, ma anche portare al nostro interno validi know how esterni. Non acquisiamo un marchio, un prodotto, un concorrente, acquisiamo know how.
È fondamentale, poi, creare un ambiente capace di trattenere le menti che hanno portato al nostro interno questo know how, un ambiente che gli permetta di continuare a lavorare in maniera creativa e che gli dia un sistema di premiazione a stock options. Dal ‘94 ad oggi abbiamo fatto più di 100 acquisizioni con un elevato rate di successo, dove nel successo comprendiamo anche il mantenimento al nostro interno delle persone chiave delle aziende acquisite.
Un altro strumento utilizzato da Cisco è quello dello “spin in”: diamo la possibilità a nostri dipendenti o ricercatori di creare una start up con intervento finanziario di coinvestimento da parte di Cisco regolato da un contratto che prevede, al raggiungimento di alcuni obiettivi, il riacquisto della start up da parte di Cisco stessa. Un importante esempio è quello di “Andiamo”, azienda fondata da alcuni italiani che ci ha permesso di entrare da zero nel mercato dello storage networking prendendo in due anni un market share importante.
Un’azienda come Cisco Systems – Italia che punta molto sulla Ricerca e Sviluppo che tipo di difficoltà incontra nel nostro paese dove non si pone molta attenzione a questi temi?
Se dovessi risponderle guardando solo i risultati della azienda che guido direi pochi, perché Cisco Systems Italia va bene, anche meglio delle altre filiali Cisco europee.Ma…?
Ma il nostro paese potrebbe avere ulteriori vantaggi se ci fosse un’attenzione maggiore per alcuni aspetti. Mi riferisco ad esempio alle lungaggini nelle varie decisioni che toccano il business, dove per la pubblica amministrazione i tempi sono anacronistici ed incerti, esiste, inoltre, una frammentazione della piccola e media azienda che non aiuta a creare un sistema a rete. Tutti questi aspetti, sommati ad altri, come, ad esempio, la mancanza delle liberalizzazioni, fanno sì che il flusso degli investimenti vada in altri paesi. Io ricopro da più di tre anni anche la carica di vicepresidente della Camera Americana di Commercio che ha creato un osservatorio sugli investimenti americani in Europa ed i dati a disposizione dimostrano che l’Italia è il fanalino di coda, recentemente superata anche dalla Grecia.
In Italia servirebbe un diverso humus. Noi abbiamo un importante Centro di Ricerca e Sviluppo sulla fotonica a Monza, dove si costruiscono sistemi interi, non si tratta di un semplice centro di competenza. Il problema è che questi sistemi completi sono talmente innovativi che per il 98% vengono venduti fuori dell’Italia. Se questo paese avesse saputo creare delle condizioni migliori per gli investimenti, oggi il Centro R&S di Monza conterebbe 1.000 ricercatori contro i 250 che impiega.
Al di là degli incentivi fiscali che si applicano in Italia a favore della ricerca, quello che manca da noi è un humus di start up alimentate da venture capital che creino un terreno fertile per lo sviluppo e per tutto il sistema della ricerca. Molto spesso, infatti, dobbiamo rivolgerci all’estero per cercare la piccola azienda che soddisfi i requisiti richiesti. Stiamo perdendo in questo modo grandi opportunità. A ciò dobbiamo aggiungere che i rapporti tra mondo dell’università e dell’impresa non sono così stretti e proficui come sarebbe necessario.Dirigendo la sede italiana di una multinazionale cosa si potrebbe mutuare da esperienze straniere che lei apprezza per rilanciare ricerca e innovazione?
È necessario che gli enti di ricerca e le Università collaborino con le aziende ed è necessario che ci siano ingenti fondi di investimento in capitale di rischio; a quest’ultimo scopo va promossa una legge ad hoc per cui una certa percentuale delle riserve o dei fondi di banche e assicurazioni venga destinata ad investimenti in capitale di rischio, agevolando, così, la nascita di nuovi fondi che in Italia sono ancora pochi e quei pochi investono preferibilmente all’estero.
Mi permetta una provocazione: la Cina ha annunciato che per il 2015 porterà connessioni ad 1 gigabit nelle case e nelle pubbliche amministrazioni, noi con l’SPC abbiamo standardizzato l’accesso a circa un megabit, stiamo rimanendo troppo indietro, è necessario uno strappo; di fronte ad un annuncio come quello cinese noi dobbiamo rispondere che porteremo 10gigabit per quella data.A suo avviso in Italia c’è un’adeguata diffusione della cultura dell’innovazione e della ricerca.
No. In Italia manca, perché ci sono due parole che vengono culturalmente scansate: crescita e produttività, in quanto figlie dell’illuminismo. Inoltre in Italia esiste un retaggio storico culturale che pretende la superiorità per le discipline umanistiche su quelle tecnico-scientifiche. Purtroppo c’è ancora una grossa fetta di popolazione che si vanta di non conoscere la tecnologia e questo anche tra le generazioni più giovani. In molti altri paesi, invece, chi sa coniugare business, economia con la tecnologia ha una marcia i più sugli altri. Da noi si fa fatica a capirlo.
E quali azioni potrebbero essere intraprese per ridurre questa mancanza?
Si dovrebbe creare un movimento culturale, utilizzare gli strumenti che mettono a disposizione le nuove tecnologie. Dal mio punto di vista, sia come azienda che come individuo non mi sento di dare delle ricette politico-economiche per il Paese, ma ritengo che sia necessario un movimento culturale, un movimento di opinione che scardini culturalmente questi preconcetti usando i mezzi stessi che la tecnologia ci mette a disposizione. Da questo movimento nasceranno poi le leggi adatte ed i provvedimenti efficaci.

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