Intervista a Claudio Giuliano, COO di Torino Wireless


di Alessandro Rossi

 

Claudio Giuliano è Managing Partner della Innogest SGR SpA, il più grande fondo
italiano di early stage e seed capital con un patrimonio amministrato di 60 milioni di euro, ed è CEO di Piemontech, Angel Investment da 5 milioni di euro
con un portafoglio di 12 aziende hi-tech. Giuliano è anche direttore generale della Fondazione Torino Wireless.

Claudio ha una vasta esperienza internazionale nel campo del Private Equity e del Venture Capital. È stato Associate Director all’European venture team del Carlyle Group.

Ha lavorato come consulente strategico in Bain & Co.

È laureato in Ingegneria Elettronica al Politecnico di Torino, ha conseguito il Master in Business Administration all’INSEAD ed il Diplome d’Etudes Approfondies all’ Institut National Polytechnique di Grenoble.

“Creare un circolo virtuoso in cui le attività di ricerca, la creazione di attività imprenditoriali, la crescita di quelle esistenti, la disponibilità di capitali siano strettamente integrati e capaci di autoalimentarsi”, questo è l’impegno del distretto del Wireless italiano con sede a Torino.

Per conoscerlo più da vicino abbiamo intervistato l’ing. Claudio Giuliano, COO di Torino Wireless e Presidente del fondo di venture capital Piemontech.

Ing. Giuliano lei è COO di Torino Wireless, come si colloca il suo distretto all’interno del tessuto produttivo piemontese e quali sono i suoi obiettivi?

L’obiettivo primario del distretto si può sinteticamente riassumere in una cifra: oggi il PIL del Piemonte riconducibile all’Information Communication Technology è intorno al 4,5 % e l’obiettivo del distretto è quello di raddoppiare questa percentuale in 10 anni.
Un obiettivo molto ambizioso.

Sicuramente molto ambizioso perché arrivare al 10% significa raggiungere i risultati dei distretti mondiali più innovativi nell’ICT. Tanto per fare un esempio, nella
Silicon Valley la quota di PIL riconducibile all’ICT è dell’ordine del 18-19%.
Un elemento distintivo di Torino
Wireless è quello di far interagire impresa, capitali di rischio e ricerca, una scelta che in Italia non è adottata spesso. Quali sono, a suo avviso, i benefici di una simile impostazione e quali le ragioni della sua scarsa diffusione?
Noi abbiamo preso il punto di vista dell’imprenditore. Il soggetto su cui operiamo, quindi, non è il dipartimento di ricerca di un’azienda o un’università. L’imprenditore di un’azienda tecnologica ha bisogno di “n” strumenti: ha bisogno di sviluppare nuovi prodotti, tecnologie d’avanguardia, ha bisogno di qualcuno che lo assista a capire quali prodotti ed in quali mercati lanciarli, di reclutare una squadra all’altezza della missione aziendale, ha bisogno di rafforzare la propria struttura finanziaria per darsi degli obiettivi più ambiziosi, ha bisogno di rafforzare la difesa della propria proprietà intellettuale ecc. ecc.. Intendiamo considerare l’imprenditore come cliente, come stakeholder fondamentale della nostra azione.

Al riguardo ci può fare qualche esempio di vostra azione concreta?
Noi non agiamo a sportello, quindi incontriamo direttamente le aziende, le valutiamo dal punto di vista tecnologico, dal punto di vista di capacità di ritagliare posizioni di mercato e alla fine di questo processo di selezione e conoscenza, individuiamo un numero relativamente ristretto di imprese con i loro prodotti differenziati e sviluppabili su un mercato internazionale. Su questo ristretto numero di aziende ad altissimo potenziale intraprendiamo azioni che variano a seconda delle loro esigenze. Ad esempio, una azienda può essere interessata a sviluppare un nuovo prodotto secondo una nuova tecnologia ed allora interveniamo cercando di attivare collaborazioni con centri universitari o istituti di ricerca e cercando di cofinanziare in parte lo sviluppo. Oppure un altro imprenditore è, ad esempio, interessato allo sviluppo commerciale di un prodotto in un mercato estero come Stati Uniti o Cina e noi lo accompagniamo in questa avventura , a volte insieme ad altri partners, pubblici o privati. O ancora un altro imprenditore può avere interesse a rafforzare la propria base societaria ed allora lo presentiamo a fondi di venture capital, sia quelli promossi da Torino Wireless, sia gli altri che non sono promossi da Torino Wireless.
La situazione più frequente è che l’imprenditore ha un insieme di queste esigenze e, se l’imprenditore ha superato questa barriera di selezione, noi lo aiutiamo iterativamente con vari tipi di supporti, ascoltando, magari anche interagendo perché proprio con il dialogo si costruiscono nuove opportunità o emergono nuove esigenze ancora più prioritarie. Agiamo, quindi, con varie frecce all’arco, ma sempre a contatto con l’imprenditore in quanto persona con cui interagiamo e mai con logiche di dossier o sportello, il che comporta sia continuità che proattività. Continuità in quanto, una volta conosciuto, lo aiutiamo sul singolo aspetto di cui necessita, ma anche proattività in quanto, una volta che la conoscenza è diventata più approfondita, possono venire in mente nuove tecnologie, nuove iniziative anche in tema di clusterizzazione fra imprese per aumentare, ad esempio, l’impatto su un certo mercato.

Proprio un vostro importante progetto è quello del clustering…

Uno dei progetti principali è appunto quello del clustering. Noi abbiamo storicamente iniziato a specializzarci nel capire intimamente la singola impresa ed ad aiutarla in maniera fattiva costruendo un progetto ad hoc, facendolo evolvere nel tempo, poi ci siamo sempre più resi conto che le aziende avevano esigenze simili che, approcciate insieme, potevano dar luogo a risultati migliori grazie alla massa critica sia lato fornitura che lato vendita ed allora abbiamo cominciato a sviluppare metodologie per clusterizzare le imprese intorno a certe esigenze o certi progetti.

Torino Wireless ha promosso il fondo di Venture Capital Piemontech attivo già da due anni e Innogest SGR che lo scorso giugno è giunto al closing di un fondo da 40 ml di euro, Innogest Capital. Che tipo di operazioni punta a portare a termine Innogest Capital?

Ad oggi Innogest Capital si focalizza prevalentemente nel nord Italia, fa operazioni di seed capital su aziende con meno di cinque anni di vita ad alto potenziale di sviluppo, investendo in un range tipicamente tra 500 mila e 2milioni.

Quindi, si tratta di investimenti di
seed capital per l’Italia di un certo livello?
Sì, si tratta di investimenti di primo livello e soprattutto sono nell’ottica di essere un primo investimento che aiuta l’azienda a strutturarsi ed a cominciare a parlare con un linguaggio che sia preludio per attirare investitori istituzionali di più alto livello. Questi ultimi, però, tipicamente non risiedono in Italia, ma più spesso a Londra, Monaco e Parigi.

Lei è uno di quei pochi giovani che sebbene inserito in una promettente carriera all’estero ha raccolto la sfida di tornare in Italia e occuparsi di innovazione tecnologica, settore in cui notoriamente il nostro paese non eccelle. Con quali difficoltà si sta scontrando, quali soddisfazioni ha ottenuto e quali condizioni dovrebbero esserci in Italia per spingere altri a seguire il suo esempio?

Le difficoltà sono soprattutto di carattere culturale, per qualche ragione strana il nostro paese che ha una storia di fortissima innovazione e che dagli anni 60 fino agli 80 ha prodotto eccellente imprenditoria, sembra ora un po’ rassegnato ad una certa decadenza e direi che questo è il tema principale lato imprenditori, lato istituzioni, lato operatori finanziari. Anche per quanto riguarda le società di portafoglio di Piemontech – la maggior parte delle quali ha con successo concluso un successivo round di finanziamento – notiamo che stanno
entrando nel capitale delle nostre società investitori internazionali, per altro a valutazioni molto alte rispetto a quelle a cui abbiamo investito in origine.
È più facile, dunque, far entrare investitori, ad esempio, di Londra in una società in cui si è già investito con un fondo italiano, fermo restando che anche da noi ci sono bravi investitori.
In Italia ci sarebbe bisogno di molto poco, ma quel poco oggi non viene ancora fatto, come ad esempio detassare i fondi di venture capital. Un buon esempio ci viene dalla Francia dove il governo con un semplice gentlemen agreement ha richiesto alle banche ed alle assicurazioni di allocare una percentuale da destinare ai fondi di venture capital e questo ha prodotto nuovi fondi, nuovi investimenti e tutti legati a criteri di mercato. Dobbiamo, inoltre, sottolineare che progetti di questo tipo necessitano di risorse dell’ordine di poche centinaia di milioni di euro che sono molto meno rispetto ai miliardi di euro che si investono spesso per misure di tipo poco più che assistenzialistico.
Quindi come misure che proporrebbe per rilanciare l’innovazione tecnologica e la ricerca in Italia colloca al primo posto un’azione di rafforzamento del venture capital?

Sì, attraverso però meccanismi privati incentivando banche e assicurazioni ad investire nel venture capital, dall’altra agirei con la leva fiscale sempre per i fondi. Anche perché se c’è più venture capital questo attiva anche imprenditori o ricercatori che sono all’estero e che tornerebbero volentieri nel nostro paese a fondare la propria start-up se vedono che c’è un humus sano e un ecosistema che li sostiene.

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