Intervista ad Anna Gervasoni, Direttore Generale dell’ AIFI
di
Alessandro Rossi
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LA |
Prof.ssa Gervasoni, l’AIFI celebra nel 2006 il suo ventesimo anno di attività, ci può indicare come opera e quali sono le finalità dell’Associazione?
L’Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital (AIFI) è stata costituita nel 1986 con l’obiettivo di promuovere, sviluppare e rappresentare l’attività degli investitori istituzionali nel capitale di rischio. Se consideriamo che rispetto ai 15 “pionieri” del 1986 oggi l’AIFI associa oltre 100 operatori di private equity e venture capital che stabilmente e professionalmente effettuano investimenti prevalentemente in società non quotate, siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti nel corso dei primi venti anni di vita dell’Associazione.
Attualmente, infatti, l’AIFI si trova ad operare all’interno di un segmento ormai consolidato del mercato finanziario italiano e che mostra importanti segnali di vivacità anche all’interno del più ampio panorama internazionale.
Con l’obiettivo di proseguire per questa strada, l’Associazione, tra le principali attività, svolge un ruolo attivo nel processo legislativo e regolamentare, sia attraverso un’attività di rappresentanza istituzionale, che di collaborazione con le autorità competenti. Inoltre, consapevole dell’importanza della diffusione di una corretta cultura del capitale di rischio ai fini di un continuo sviluppo dell’attività di private equity e venture capital nel nostro Paese, l’AIFI approfondisce la conoscenza del settore attraverso la periodica pubblicazione di studi, ricerche, documenti divulgativi e l’organizzazione di convegni e seminari tecnici. Oltre allo staff permanente e gli organi dell’Associazione, l’attività è attualmente supportata da quattro Commissioni Tecniche (Corporate Governance, High tech, Investitori Istituzionali, Tax & Legal) istituite con l’obiettivo di approfondire specifiche tematiche e di elaborare proposte di riforma inerenti il settore.
Nel corso del recente Convegno Annuale, l’AIFI ha presentato un approfondito studio sulle dinamiche del mercato del private equity e del venture capital in Italia nel corso del 2005, operando anche un confronto con i principali Paesi europei. Dallo studio si evidenziano segnali di vivacità e di ripresa, ma non ancora sufficienti soprattutto per quanto riguarda il segmento del venture capital high tech; quali sono gli ostacoli ad un suo rilancio?
In effetti, il mercato del venture capital finalizzato a sostenere nuove iniziative imprenditoriali ad elevato contenuto tecnologico stenta a decollare in Italia. A seguito dell’ormai “lontano” triennio 1999-2001, si è infatti assistito a un trend decrescente che, nonostante i timidi segnali di ripresa a cui abbiamo assistito nel corso dell’ultimo anno, si attesta ancora oggi a livelli molto bassi e di gran lunga inferiori se confrontati con Paesi quali Francia e Germania. Per avere un’idea, le operazioni di start up realizzate dagli investitori italiani nel corso del 2005 sono state in tutto 56, per un ammontare complessivo di circa 30 milioni di Euro e che scende a 22 milioni di Euro se consideriamo esclusivamente gli interventi a favore di nuove imprese cosiddette high tech (appena 41). Di queste, soltanto nove sono italiane e hanno
attratto risorse pari a poco più di nove milioni di Euro (lo 0,3% dell’ammontare complessivamente investito dagli operatori del settore). Di certo, senza soffermarmi troppo sull’ormai noto contesto generale, che vede le imprese italiane tradizionalmente poco inclini all’apertura verso il mercato finanziario, ritengo che le cause di tale ritardo siano da ricercare sia nell’offerta, ancora scarsamente specializzata,che nella domanda potenziale, costituita da un sistema della ricerca ancora troppo poco orientata a generare impresa.
E quali potrebbero essere le azioni da intraprendere per il suo rilancio?
Come sperimentato con successo in Paesi fisicamente e culturalmente a noi vicini, è lo Stato che deve svolgere e assumere un ruolo fondamentale per avvicinare i mondi della ricerca, dell’impresa e della finanza. Tale intervento si ritiene ancor più necessario se si considera che l’elevato rischio caratteristico del venture capital high tech rende impossibile, per i soli operatori del mercato, attivare e sostenere economicamente dei “serbatoi” di idee imprenditoriali innovative. Sono questi i motivi alla base del “Manifesto per sostenere la nascita e lo sviluppo di nuove imprese High Tech” elaborato dalla Commissione High Tech di AIFI e già sottoposto all’attenzione delle Autorità competenti. La proposta contenuta nel documento prevede un utilizzo delle risorse pubbliche sia sotto forma di co-investimento, che in qualità di fondo di fondi. Nel primo caso, l’intervento dell’attore pubblico nelle singole operazioni, incrementerebbe l’interesse degli investitori esteri nei confronti delle imprese del nostro Paese e, indirettamente, contribuirebbe alla diffusione del know how indispensabile allo sviluppo di PMI ad elevato contenuto tecnologico.
Intervenendo in qualità di fondo di fondi (cioè come fornitore di risorse finanziarie ai veicoli di investimento), invece, il pubblico favorirebbe l’incremento del numero di operatori di venture capital attivi stabilmente nel nostro Paese.
In questo senso, il Fondo High Tech per il Mezzogiorno recentemente promosso dal Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dal Ministero per lo Sviluppo e la Coesione Territoriale, rappresenta una prima importante misura volta a colmare il cosiddetto “equity gap” che caratterizza il mercato italiano del venture capital high tech.
Non da ultimo, penso sia estremamente importante considerare come queste forme di utilizzo delle risorse pubbliche, oltre a generare un effetto leva di moltiplicazione delle risorse private, hanno anche consentito il rimborso delle stesse, grazie al successo delle iniziative finanziate.
Rispetto ai principali player europei come si colloca l’Italia nel mercato del private equity e del venture capital?
A livello macro, i dati preliminari diffusi dall’European Private Equity and Venture Capital Association (EVCA) segnalano un anno record per il mercato europeo del capitale di rischio sia sul fronte degli investimenti (pari a oltre 43 miliardidi Euro), che della raccolta, attestatasi ad una quota superiore a 60 miliardi di Euro. Come per il mercato italiano, questa eccezionale crescita è in larga parte riconducibile alle risorse confluite per la realizzazione dei buy out, cioè delle acquisizioni di maggioranza (o totalitarie) di imprese spesso operanti in settori tradizionali. Volendo classificare il private equity italiano, il nostro Paese si posiziona stabilmente tra i primi cinque mercati europei (Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Spagna) in termini di risorse mediamente investite e raccolte nel corso degli ultimi cinque anni, nonostante presenti un certo ritardo per quel che riguarda il numero medio di investimenti.
Ritardo legato in parte al ridotto numero di operatori presenti sul mercato che, seppur in forte crescita, è ancora troppo contenuto in un’ottica di confronto internazionale. Per il futuro è quindi auspicabile un incremento del numero di investitori, un contestuale aumento della diversificazione dell’offerta di capitali e una maggiore consapevolezza, anche da parte del mondo imprenditoriale, circa le opportunità di crescita riconducibili all’ingresso di un partner istituzionale all’interno della compagine societaria.
Considerati i numerosi studi di evidenza empirica che mostrano come le aziende partecipate da un investitore istituzionale presentano una crescita marcatamente superiore alla media per fatturato e per occupazione, non sarebbe auspicabile una maggiore attenzione da parte delle istituzioni politiche al rilancio del venture capital? E quali sono le proposte dell’AIFI al riguardo?
Certamente, la maggiore consapevolezza circa le ricadute economiche positive sul tessuto imprenditoriale all’interno del quale si inseriscono le cosiddette società venture backed sta contribuendo, come confermato anche dai programmi presentati dagli schieramenti politici nel corso dell’ultima campagna elettorale, a generare un maggior interesse verso il settore del capitale di rischio, soprattutto per quel che riguarda il finanziamento di nuove imprese ad elevato contenuto tecnologico. Consapevole dell’importanza del futuro sviluppo del settore per la riqualificazione del sistema industriale del nostro Paese, AIFI ha recentemente elaborato un Libro Bianco contenente un piano di azione per la promozione del settore, finalizzato a colmare le criticità che caratterizzano il mercato italiano. Nel documento, indirizzato alle principali autorità coinvolte nel dibattito sulla competitività del nostro Paese, sono individuate alcune priorità che, oltre allo sviluppo del venture capital high tech, interessano il potenziamento dei canali di raccolta e di disinvestimento, il miglioramento della fiscalità del settore, lo sviluppo delle operazioni di risanamento delle imprese in crisi (turnaround) e la maggiore diffusione del capitale di rischio a livello territoriale.
Laureata in Economia e Commercio presso l’Università Bocconi di Milano,
