Intervista a Diassina Di Maggio, direttrice dell’agenzia APRE
di
Alessandro Rossi
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Diassina Di Maggio è dal 2000 direttrice dell’APRE, Agenzia per la Promozione della Ricerca Europea. |
Partecipare ai programmi europei di ricerca e sviluppo tecnologico è un’occasione importante per aziende ed enti pubblici o privati, ma le difficoltà in Italia per chi volesse entrare a far parte di un progetto europeo di ricerca sono diverse: le informazioni non sono mai abbastanza, notoriamente il grado di conoscenza della lingua inglese nel nostro paese non è alto e partecipare comporta inevitabilmente una serie di costi a fronte di un esito incerto della richiesta di finanziamento del progetto.
Il Budget per il VI Programma Quadro R&ST (2002 – 2006) complessivamente si è attestato a 17,5 miliardi di euro e purtroppo l’Italia non sfrutta in pieno i fondi stanziati.
Dal 1990 è operativa in Italia l’APRE, Agenzia per la promozione della Ricerca Europea, il cui scopo è quello di fornire informazioni sulle opportunità dei programmi quadro e assistenza a chi intenda parteciparvi. Tra i suoi circa 80 soci si annoverano numerose università e centri di ricerca, banche, la
Confindustria e Unioncamere, BIC Lazio e FILAS.
Direttrice dell’APRE è Diassina Di Maggio.
Dott. ssa Di Maggio, qual è la mission dell’APRE?
La mission si evince già dal suo nome, APRE è l’acronimo di Agenzia per la promozione della Ricerca Europea, quindi si prefigge di aiutare i ricercatori italiani a partecipare al Programma Quadro dell’Unione Europea. Il nostro core business è quello di offrire informazione, assistenza, formazione ed ora anche sostegno tecnologico. L’APRE è un ente non profit – non siamo, dunque, consulenti – ed il suo sostegno economico deriva da una parte dalla rete dei suoi soci che sono circa ottanta e dall’altra da progetti con l’Unione Europea; inoltre, occupandoci da 17 anni di Programmi Quadro, svolgiamo attività di training per gli altri National Contact Point.
I 17,5 miliardi di euro stanziati con il VI Programma Quadro rappresentano un
budget sufficiente per la ricerca e l’innovazione in Europa? A mio avviso No. Abbiamo visto che, purtroppo, il tasso di successo è basso proprio perché, nonostante la cifra sia elevata non è sufficiente. Infatti, non parliamo solo dei 25 – 15 più 10 – stati membri, ma di tutti gli altri paesi associati; è un mercato enorme e questa cifra non è stata sufficiente.
In Italia vengono utilizzati tutti i fondi messi a disposizione dall’UE?
No, nel nostro paese non vengono utilizzati tutti i fondi messi a disposizione, però, se noi consideriamo la struttura tipica del nostro paese io dico: “Grazie” ai nostri ricercatori, perché effettivamente non abbiamo un paese organizzato.
Infatti, a differenza di altre realtà dove tutto è molto più organizzato, più chiaro e quindi la partecipazione è effettivamente facilitata, in Italia, nonostante questo, i nostri ricercatori sono talmente di altissimo livello che comunque partecipano. Dobbiamo tenere conto della realtà paese.
Quali sono gli ostacoli che limitano l’accesso delle PMI ai progetti dei Programmi Quadro? Nonostante quello che si pensi le nostre piccole e medie imprese partecipano ai programmi quadro. Il primo ostacolo è la lingua, molte PMI, considerato il loro mercato di riferimento, non utilizzano frequentemente l’inglese; il secondo è legato ai costi da sostenere. Le piccole e medie imprese si rivolgono a consulenti per assisterle nella partecipazione al PQ, ma si tratta di un costo da sostenere prima del successo della proposta. Bisogna
quindi affrontare dei costi che nessuno copre. Come hanno fatto in altri paesi per incentivare le PMI? Coprendo tutti i costi. Con questa iniziativa, un’azienda, sottoposta a valutazione la propria idea progettuale in pochissimi pagine, poteva ottenere dei soldi dalla Commissione Europea che le permettevano di sostenere le spese delle prime fasi del progetto come ad esempio quelle per incontrare partners stranieri. Anche in alcune regioni italiane è allo studio l’attuazione di iniziative di questo genere, sebbene ancora non siano operative.
L’FP6 si avvia alla conclusione, quali sono le principali novità previste per l’FP7?
Le principali novità sono la maggiore flessibilità – quindi anche le modalità di richiesta di finanziamento – la cooperazione internazionale spalmata in tutte le priorità – quindi la capacità di mantenere contatti scientifici con ricercatori che provengono da tutto il mondo – e, importante, è l’idea, la possibilità di avere dei progetti di ricerca di base dove non ci sarà la necessità della transnazionalità, ma soltanto un singolo ricercatore che presenta proposte di ricerca. Attendiamo di vedere come verrà poi realizzato, perché, considerato il taglio annunciato, anche queste tipologie di novità saranno riviste.
Cosa pensa del progetto dell’EIT? Sono contraria, così come ero contraria a quello italiano. Perché creare un’altra macchina ex-novo quando ci sono già in Europa strutture di altissimo livello come ad esempio il Max Planck o il Fraunhofer? Prima che andrà a regime passeranno anni. Sono assolutamente d’accordo con la posizione francese che è stata molto critica al proposito.
Cosa auspicherebbe per un rilancio della R&D e dell’innovazione in Italia? Per quanto riguarda l’innovazione in Italia, il punto di vista di Confindustria è assolutamente condivisibile; effettivamente bisogna avere un quadro industriale chiaro perché solo così anche le industrie cominceranno ad investire in ricerca. Ormai è fuori di dubbio che non c’è possibilità di sopravvivenza se non si fa innovazione. Per quanto riguarda la ricerca la questione è ancora più difficile. In Italia da poco è stato introdotto per la prima volta un principio di valutazione della ricerca nell’Università, mentre negli altri paesi è una prassi consolidata. Per molti anni i PNR hanno finanziato i vari centri di ricerca senza un tipo di valutazione dei risultati della ricerca e far cambiare questo tipo di mentalità non sarà semplice. Sarà
necessario puntare su qualità e valutazione continue.

