Alessandro Ovi, l’ingegnere che ha portato la rivista dell’MIT in Italia


 

di
Alessandro Rossi


LA SCHEDA



Alessandro Ovi, classe 1944, e’ Editore e Direttore di “Technology Review”, la rivista del Massachusetts Institute of Tecnology di Boston, in Italia. Si e’
laureato in Ingegneria Nucleare al Politecnico di Milano ed in Ricerca
Operativa al MIT con una Borsa di studio Fulbright.
Tra i numerosi incarichi, attualmente e’ 
membro del Consiglio di Amministrazione di STMicroelettronica , Assicurazioni Generali
, Telecom Italia Media , Europacific Growth Fund e New World Fund (Mutual Funds del Capital Group di Los Angeles). E’ Membro dell’International
Advisory Board di Korn Ferry, ‘Life Trustee’ della Carnegie Mellon University e Membro dell’ ‘Advisory Board del Media Lab del MIT’.
In passato ha ricoperto la carica di Amministratore Delegato di Tecnitel (gruppo Telecom), e’ stato Direttore Centrale IRI per l’Internazionalizzazione del Gruppo e ‘Special Advisor’ del Presidente della
Commissione Europea per l’Innovazione.


Quando si parla di riviste che trattano il tema dell’innovazione tecnologica il pensiero corre inevitabilmente alla prestigiosa pubblicazione del  Massachusetts Institute of Technology, la Technology Review che rappresenta la voce più autorevole in materia.
In Italia la rivista deve la sua presenza ad Alessandro Ovi che da qualche anno ne e’ diventato anche editore con la Tech Rev s.r.l.. La rivista che ha come direttore responsabile Gian Piero Jacobelli, vanta un illustre comitato editoriale e scientifico con nomi, tra gli altri, del calibro di Carlo Rubbia, Umberto Veronesi, Vittorino Andreoli e Pasquale Pistorio.
Abbiamo, quindi, chiesto all’Ingegner Ovi un’intervista per raccontarci la storia dell’edizione italiana di Technology Review e per conoscere il suo punto di vista sui temi dell’innovazione e della ricerca nel nostro paese. Ingegnere, cosa l’ha spinta a dirigere l’edizione italiana della prestigiosa rivista “Technology Review dell’MIT?
“Ho portato Technology Review in Italia, facendone l’edizione italiana, oltre 15 anni fa, quando una societa’ dell’IRI che allora si chiamava Edindustria aveva ritenuto opportuno, su mia sollecitazione, promuovere la presenza in Italia di questa rivista. Edindustria, di fatto, era un editore che si occupava di tutto, io semplicemente portavo i diritti ed il dottor Jacobelli che e’ il direttore della rivista, provvedeva alla redazione. Io sono sempre restato molto in contatto con l’MIT da quando mi sono laureato la’ nel ‘72. Sono ancora membro del loro Comitato per lo Sviluppo della Corporation, sono membro di advisory board di istituti come il Media Lab ed ho ritenuto opportuno, quando l’IRI ha finito la sua missione, di diventare io stesso editore ed oggi con la societa’ Tech Rev s.r.l. sono editore della rivista dell’MIT in Italia.”
Quali difficolta’ incontra in Italia chi si occupa di divulgare l’innovazione come fa la sua rivista? 
“La prima difficolta’ e’ che bisogna finanziarla, quindi, trovare inserzioni pubblicitarie, trovare persone che si abbonino ed entrambi sono compiti difficili. Il secondo in particolare perché apparentemente, malgrado ci siano molti che leggono la rivista storicamente, avendola ricevuta gratis dall’IRI, si tratta di circa 10.000 persone, non e’ facile, ora, farli abbonare. Quando si e’ data una cosa gratis per tanto tempo farla diventare un oggetto a pagamento non e’ facile.”
E quali sono, invece, le soddisfazioni?
“La soddisfazione e’ che  Technology Review e’ una rivista tuttora assolutamente leader nel settore, negli Stati Uniti tira quasi 400.000 copie. In Germania, dove sono partiti molto dopo di noi, hanno gia’ oltre 30.000 abbonati, perche’ nel mondo tedesco c’e’ un tipo di attenzione alla tecnologia sostanzialmente diversa rispetto all’Italia. La soddisfazione e’ che veniamo spesso gratificati dal riconoscimento che siamo una fonte autorevole nel settore della descrizione della tecnologia e del suo impatto sulla societa’.”
Quanto e’ importante la semplicita’ di linguaggio nella trattazione di temi come l’innovazione tecnologica?
“Molto importante, tanto e’ vero che mentre all’inizio Technology Review faceva scrivere i professori del MIT, dopo un’attenta riflessione hanno deciso di fare scrivere dei giornalisti specializzati nelle tecnologie ed in divulgazione che hanno migliorato moltissimo la leggibilita’ della rivista ed hanno migliorato moltissimo anche la sua diffusione.”
Quindi e’ fondamentale un linguaggio che avvicini l’innovazione a tutti i lettori?
“E’ molto, molto importante; adesso se un professore del MIT compare su Technology Review e’ sempre in qualche modo mediato da un giornalista che ne riporta il pensiero o che lo intervista”
Quanto incide sulla competitivita’ di una nazione la sua propensione all’innovazione e la spesa dedicata alla Ricerca & Sviluppo? “Incide moltissimo, infatti, un grande problema del nostro paese e’ che siamo rimasti indietro negli ultimi anni proprio sul fronte degli investimenti in ricerca. L’investimento in ricerca pubblica che però viene un po’ disperso dalle istituzioni universitarie, e’, non dico in linea, ma abbastanza vicino a quello dei paesi leader europei, ma quello che e’ stato molto, molto carente e’ l’investimento privato ed il suo incentivo.
L’investimento pubblico non ha fatto scattare l’investimento privato e rispetto a Francia e Germania abbiamo accumulato un ritardo di spesa in ricerca gigantesco, dell’ordine di quasi 400 miliardi di euro sommando il ritardo rispetto ai due paesi negli ultimi 5 anni.”

“C’e’ anche un grande lavoro da fare
sull’incentivazione dei giovani ad avere uno sviluppo creativo delle loro
idee e non mi riferisco solo ai neolaureati”

Eppure numerosi studi evidenziano una stretta correlazione tra investimenti in R&S e crescita del PIL.
“C’e’ una strettissima correlazione. Difatti il nostro tessuto di PMI che pure e’ molto sensibile e reattivo al tema dell’innovazione, continua nel suo filone più di innovazione di processo che di prodotto ed una delle componenti dell’innovazione di processo e’ la riduzione dei costi; quando si compete con produttori che vengono da paesi dove la struttura dei costi e’ altamente competitiva, per non dire distruttiva rispetto a noi, l’innovazione di processo rischia di non essere sufficiente, non e’ facilmente difendibile sul fronte della brevettabilita’, non ha facilmente, in aziende piccole, il risultato di economie di scala. Il problema e’ la mancanza di ricerca e sviluppo sull’innovazione di prodotto che possa permettere anche una difesa del prodotto che si realizza sul fronte della proprieta’ intellettuale.”
Senza capacita’ di innovazione e senza ricerca corriamo il rischio, quindi, di diventare l’appendice turistica del mondo industrializzato?
“Ma magari…in realta’ anche sul turismo stiamo perdendo molto. Anche sul turismo esiste un problema di innovazione e di organizzazione innovativa dei servizi, un problema di qualita’ standardizzata dell’offerta e quindi perdiamo rispetto a paesi vicino a noi che anche essendo arrivati molto dopo di noi si sono organizzati meglio. E’ abbastanza buffo pensare che noi dobbiamo diventare una societa’ di servizi, quando al nostro interno ci lamentiamo che i servizi non sono buoni. Abbiamo fatto sempre una figura molto buona e continuiamo a farla, sul mondo della produzione, della produzione di qualita’ e dobbiamo insistere su questo, innestando molto rapidamente, soprattutto con una grande partecipazione di menti giovani, il contributo che viene dalla ricerca delle tecnologie innovative, le tecnologie che noi chiamiamo tecnologie che cambieranno il mondo.”
Dal suo osservatorio privilegiato e con la sua esperienza professionale quale ricetta proporrebbe per il rilancio dell’innovazione e della ricerca?
“Ci sono alcune condizioni necessarie, ma non sufficienti: la prima e’ investire molto di più, la seconda e’ rendere il rapporto tra ricerca pubblica e aziende molto più flessibile, molto più facile, la terza e’ promuovere una crescita dimensionale delle imprese che operano nei settori avanzati perché solo così sara’ per loro possibile investire quanto e’ necessario in termini di soglia minima, di massa critica. Io credo che c’e’ anche un grande lavoro da fare sull’incentivazione dei giovani ad avere uno sviluppo creativo delle loro idee e non mi riferisco solo ai neolaureati.
C’e’ una meravigliosa esperienza che nasce proprio dall’MIT e si sta diffondendo in tante universita’ tecnologiche americane, si chiama Undergraduate Research Opportunities Program (UROP) dove dei ragazzi di 19, 20 anni vengono messi nei laboratori a fare pezzi di esami, ad acquisire crediti, a lavorare su loro idee in ambienti protetti, nel senso che c’e’ tutto quello che serve per fare della buona ricerca e si da’ un grande margine alla creativita’, un grande margine anche a quel minimo di trasgressione e di anarchia che sono necessari se si vuole fare della ricerca.
Oltre a quanto abbiamo detto prima, lancerei anche un grande programma di coinvolgimento di giovani nei campus da creare presso aziende che facciano alta tecnologia in modo che l’azienda possa fare un po’ da chioccia offrendo infrastrutture e lo studente possa passare sei mesi, un anno pagato per realizzare il suo progetto.”

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