Andrea Granelli: ”Non basta innovare, bisogna anche comunicare l’innovazione”
di Alessandro Rossi
L’innovazione tecnologica è uno degli elementi portanti dello sviluppo di una società, ma affinché un’invenzione, per quanto utile possa essere, si trasformi in innovazione è necessario che venga fatta propria dalla collettività, che sia cioè capita ed assimilata. Perché ciò si realizzi, quindi, è indispensabile che sia comunicata adeguatamente, che sia raccontata.
Su questo interessante argomento è stato recentemente pubblicato un testo a cura di Andrea Granelli edito dal Sole 24 Ore, primo volume della collana Innovazione e Competitività voluta dalla Fondazione Cotec. Per approfondire questo tema abbiamo contattato il Prof. Granelli che ci ha cortesemente concesso una lunga intervista.
Prof. Granelli, ci racconti come nasce l’idea del volume “Comunicare l’innovazione”
“L’idea nasce da un’iniziativa della fondazione Cotec costituita 10 anni fa in Spagna per volere del re Juan Carlos che si pone l’obiettivo di affrontare le problematiche legate all’innovazione tecnologica. Oggi Cotec sta per Cooperazione Tecnologica, come idea.
L’iniziativa fu poi estesa in Portogallo ed in Italia. L’idea spagnola di fare un’analisi per valutare quanto era importante comunicare l’innovazione e quali erano i problemi o le opportunità viste dai protagonisti della filiera, ci è piaciuta molto, quindi abbiamo pensato di condurre questa analisi anche in Italia. È stata, quindi, presa parte del loro materiale, le loro interviste completando con il nostro paese questa analisi dalla quale è emerso che oggi il problema della comunicazione è molto importante: non è sufficiente innovare, ma bisogna anche raccontare, oggi soprattutto più di ieri,
perché siamo immersi in un mondo information intensive, dove la tecnologia è complessa e dove le assunzioni vengono nascoste. Questo volume, tra l’atro, inaugura anche la collana Innovazione e Competitività nata da una collaborazione tra la fondazione Cotec ed il Sole 24 Ore che si pone
l’obiettivo di affrontare periodicamente problemi legati all’innovazione tecnologica.”
Il sottotitolo del volume da Lei curato recita “Perché il successo del nuovo dipende dalla capacità di spiegarlo”, ci potrebbe indicare il perché di questa affermazione
“Perché il mondo della tecnologia è costellato di invenzioni che sono rimaste in laboratorio. Il concetto di invenzione è un concetto tecnico prestazionale, l’invenzione è un fatto prestazionale. Ma anche se qualcosa di nuovo spesso viene brevettato, non è detto che rappresenti qualcosa che cambia il comportamento della gente; l’unico modo per misurare il successo di una invenzione che quindi diventa innovazione è quando questo processo è adottato in maniera diffusa. Ora, proprio perché
l’innovazione contemporanea, nel mondo digitale soprattutto, è un’innovazione complessa, le funzionalità che vengono messe a disposizione dell’utente sono molto articolate e quindi se non vengono raccontate, se non vengono spiegate, se non vengono capite, non diventano innovazione, anzi, molto spesso l’utente non le capisce, oppure ne ha addirittura paura. E qui non stiamo banalmente parlando di dire: “faccio la pubblicità di questo nuovo prodotto”, ma spieghiamo perché un certo tipo di prodotto oggi serve, che tipo di problemi risolve.
Un’invenzione diventa innovazione quando è adottata da tanta gente e porta dei benefici tangibili per l’utente finale.”
Nel suo saggio introduttivo fa cenno all’opera di Carlo Cattaneo ed al suo impegno nella divulgazione scientifica; ai giorni d’oggi c’è bisogno di “nuovi Cattaneo”?
“Io ritengo proprio di sì; secondo me Cattaneo ebbe una grande intuizione, capì che lo scienziato aveva questo bisogno e questo dovere di veicolare alla società civile e agli imprenditori le proprie competenze per uscire da questo arroccamento di tipo scientista dove gli scienziati parlano solo ai loro simili con dei loro linguaggi spesso sostanzialmente incomprensibili. Questo è un problema dove l’Italia ha avuto delle grandi leadership un tempo, Cattaneo lo è certamente, ma poi negli ultimi anni questa capacità si è un po’ persa; anzi, normalmente da noi nel mondo accademico e scientifico la divulgazione è considerata quasi di serie B, la televisione.
Al proposito mi vengono in mente libri come l’evoluzione della fisica di Einstein e Infeld, dove i due autori spiegano la fisica quantistica senza una formula, o personalità come Gombrich che scrivono di storia dell’arte o la grande scuola degli Annales francesi: Braudel, Le Goff, Duby ecc. che hanno fatto anche del racconto un elemento importante, i libri di Freud sono straordinari per semplicità espositiva.
Il grande saggio, colui che domina veramente la materia, può permettersi il lusso di semplificarla e molto spesso noi abbiamo persone che non semplificano anche perché non dominano la materia, altri invece perché considerano positivo l’elemento di distanziamento: l’intellettuale si distanzia in quanto parla in latino; penso che la cosa sia proprio sbagliata.
Cattaneo, invece, aveva indicato questa esigenza di avvicinare il sapere scientifico alla semplicità e cordialità e questo va ripreso.”
Con una migliore comunicazione scienza e tecnica sarebbero sempre in contrasto con filosofia e storia, in sostanza, un Croce ed un Enriques troverebbero maggiori punti di contatto e meno di attrito o sarebbero sempre due esponenti di culture in lotta per primeggiare?
“La dialettica fa parte della vita. Secondo me, però, la cultura dell’innovazione è una cultura che mette insieme tre saperi: quello scientifico, quello umanistico, quello economico. Queste tre variabili vanno messe insieme. Spesso ci si concentra sulla dialettica tecnologia/humanities che è un pezzo, ma manca la dimensione economica, oppure sulla dimensione tecnologica/economica dimenticando la parte umanistica.
La sfida del futuro è proprio questa: riportare una cultura che possiamo chiamare la cultura della progettazione che mette insieme e ricompone questi tre grandi elementi: la tecnica che esprime il potenziale prestazionale, la dimensione economica che esprime la sostenibilità economica, la dimensione della humanities che spiega le logiche, le funzionalità, usa i linguaggi per spiegarlo, crea una narrazione. Questa è un po’ una sfida perché mettere insieme tre saperi così diversi non è un fatto semplice.
” Professore, nel volume afferma che comunicare l’innovazione è difficile, da cosa nasce questa difficoltà?
“La difficoltà nasce dal fatto che mettendo insieme questi tre saperi non è facile trovare persone che siano in grado di muoversi nei tre ambiti, anche se non devono dominare le tre aree, ma è sufficiente che ne conoscano le interfacce. Il secondo fattore è che siamo di fronte all’esplosione della tecnica; ci sono prestazioni continue, invenzioni continue e molto spesso capita che non è solo il ricercatore, il progettista, l’uomo di marketing che stabilisce l’invenzione e che tipo di innovazione genererà, ma è sempre più frequente trovare momenti in cui è l’utente finale che scopre delle dimensioni di utilizzo di un prodotto che era stato concepito per altri fini.
Questo coinvolgimento dell’utente finale, rende molto più complicato il processo di comunicazione; è come se dovessi far comunicare o utilizzare nel processo di comprensione – l’ermeneutica della tecnologia – addirittura l’utente finale.”
Il fisico italiano Toraldo di Francia agli inizi degli anni ’70 definì l’Italia “un paese in via di sottosviluppo”, come lo giudicherebbe: Cassandra o catastrofista?
“Io penso che oggi dobbiamo cercare di guardare più al futuro e preoccuparci meno dell’idea di classificarci a tutti i costi: stiamo male, stiamo bene, siamo di fronte ad un nuovo sviluppo, siamo depressi; francamente direi: guardiamo un po’ avanti, guardiamo un po’ a quello che servirà nei prossimi anni e a come ci posizioniamo verso il futuro, non verso il passato; è vero che quello che potremo fare è anche legato a ciò che abbiamo già fatto e che sappiamo fare oggi, però, tutto sommato, siamo certamente un paese ancora pieno di energie. Continuo a considerare che l’economia post industriale che premia la leggerezza, la personalizzazione, l’estetica, l’esperienza è molto più coerente con il nostro paese, la nostra storia che non l’economia industriale che deriva dal Taylorismo, le materie prime ecc…. Io sono ottimista, nel senso che vedo uno scenario economico dove il nostro paese ha alcuni assets che altri non hanno, poi può sempre decidere di non utilizzare questi assets.
La risposta alla domanda, quindi, è: io mi preoccuperei di guardare più il futuro piuttosto che classificarci in maniera perentoria su come siamo oggi.
Il problema è dire: quali sono le mete e a questo punto cosa ci serve per arrivare, poi vedremo se riusciremo a farlo, ci metteremo delle energie; peraltro molti sostengono anche che oggi uno dei problemi del nostro paese è proprio la mancanza di energia, perché poi le competenze si trovano, si possono anche comprare.
Nel dopoguerra il nostro paese voleva rinascere, ambiva a conquistare ruoli sociali e questo ci ha permesso di fare delle cose incredibili. Oggi, come dire, avendo ottenuto molte cose, ci siamo veramente molto seduti, dovremmo ritornare a sferzarci un pochino e lo si fa non dicendo come sono oggi, ma dicendo: mi do un altro obiettivo, challenging e puntiamo su questo nuovo obiettivo.
Mi interessa veramente poco, come dire, darci un’etichetta. Non dedicherei molte energie a guardare al presente e cercherei piuttosto di guardare al futuro.”



